| Che cosa può
rimanere del lavoro di un giornalista sportivo radio-televisivo nel tempo?
E’ in qualche modo possibile lasciare un segno in grado di resistere
all’incedere degli anni? Devo ammettere che mi sono posto molto spesso
queste domande, ed è normale farlo quando si hanno già molte
cose da ricordare, e quindi, da raccontare ai più giovani. La televisione
è l’attimo che fugge, senza neanche la soddisfazione che ha
il giornalista della carta stampata, autore di articoli fruibili almeno
per 24 ore. E’ proprio per la suddetta ragione che, fin dall’inizio
della carriera, ho deciso di archiviare tutto ciò che pareva importante,
con la stessa meticolosità di un collezionista. Ho sempre temuto
di trascurare, dimenticare e buttare, avvertendo la necessità, nei
momenti difficili, di rammentare a me stesso che, in fondo, qualcosa di
buono avevo combinato. Credevo di raccogliere il materiale per me stesso,
e per pochi intimi, e non avrei mai immaginato che un sito Internet, finestra
sul mondo, mi avrebbe consentito la divulgazione. Vedrete il mio volto da
fanciullo capellone, agli esordi in Rai, e sentirete la mia voce pre-corso
di dizione, ricca di inevitabili inflessioni: un “Amarcord”
di felliniana passionalità. Pensavo di montare un documentario strettamente
personale, e invece, a sorpresa, ne è uscita anche una piccola storia
del calcio, con i suoi momenti allegri e i suoi momenti tristi. Avere conservato
ciò che vedrete, a partire da immagini segnate dai sistemi di registrazione
amatoriali, è un’ulteriore dimostrazione di amore per il mestiere,
suggestivo e possessivo. |