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Carlo Nesti
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Ha cominciato il mestiere di giornalista nel 1974, è professionista del 1978, e ha lavorato 30 anni in Rai. Ha creato il Nestichannel nel "mitico" segno delle figurine della Panini e delle pedine del Subbuteo.
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26.07.2009 (ore 21,00)
Il mio libro in spagnolo!
Con grande gioia, vi annuncio che il libro "Il mio psicologo si chiama Gesù" (Edizioni San Paolo) ha raggiunto la SESTA EDIZIONE IN 12 MESI, ed è stato TRADOTTO IN SPAGNOLO. Immensamente grazie , a voi, per la fiducia: vi avevo parlato solo di sport, fino a poco tempo fa, e mi avete apprezzato anche in un settore completamente diverso. Ricordo anche, per la stessa casa editrice, il romanzo "Viaggio di ritorno". Nelle 23 domande di una auto-intervista, ho condensato il mio modo di “pensare” e di “vivere” da cristiano, e, nello stesso tempo, l’essenza del libro.


In cosa consiste il tuo libro?

Si tratta dell'analisi di 22 frasi pronunciate da Gesù, e riportate nel Vangelo. Se analizzate in chiave psicologica, esse ci danno precise indicazioni per vivere più serenamente. Mi sono ispirato, in particolare, ai libri scritti dallo psicologo Valerio Albisetti, che ha introdotto in Italia il filone della "psicospiritualità": li ho assimilati, e rielaborati in chiave strettamente personale. Altri autori di riferimento sono Risè, in Italia, e Grun, all'estero.


L'hai scritto con l'atteggiamento di chi insegna o di chi impara?

Assolutamente con l’atteggiamento di chi impara, come ho precisato nelle prime righe. E’ un libro nel quale si parla di psicologia e Fede, ma io non sono né uno psicologo, né un teologo. Dovete immaginarmi come uno studente, che crede di avere capito la “teoria” della vita, e, in un momento in cui il “professore” non vede, cerca di passare il “compito in classe” al compagno di banco. Non c’è nessun pulpito dal quale predicare, ma solo la consapevolezza di avere compreso questa “teoria”.


Perché lo hai scritto?

E' inevitabile, a 20, 40, 60, persino 80 anni, interrogarsi sul senso della nostra vita. Quasi tutti, se ci limitiamo a guardare intorno, in senso orizzontale, dobbiamo prendere atto che amore, lavoro e divertimento non appagano totalmente. Allora diventa necessario entrare in una dimensione verticale: giù, dentro noi stessi, nell'anima, nello spirito, e su, verso il cielo. Soltanto così otteniamo le risposte che vogliamo. La vera trasformazione è mettere Dio, e non noi stessi, al centro della vita.


Perché credere?

Io credo, innanzitutto, guardando dentro me stesso. La coscienza, con la nostra capacità di capire ciò che è bene, e ciò che è male, ha qualcosa di divino, qualcosa che ci lega a una Entità superiore. Credo, guardando intorno a me, perché l’ordine delle cose, nell’universo, non può non far pensare ad una Mano superiore. Credo, perché Gesù è un personaggio che si è calato nella storia dell’uomo, è morto, ed è risorto per salvarci. Credo, perché ci sono spesso “segni”, come le apparizioni della Madonna, o le stimmate dei santi, che indicano l’esistenza di Dio.


Come dividi l'umanità di oggi?

Per me non esistono differenze di lingua, razza, religione o ideologia importanti come quella che sto per indicare. Divido l’umanità in 3 parti: c’è chi non crede, c’è chi crede, ma si comporta come se non credesse, e c’è chi crede, e si comporta di conseguenza. Per molto tempo ho fatto parte della seconda categoria, quella che dice di credere in Dio, ma non fa in modo che le sue opere rispondano alle coordinate della Fede. Da 3 anni cerco di entrare nella terza categoria, e questo libro contribuisce alla mia “crescita”.


Qual è il senso della vita?

Ciò che dà senso alla vita, paradossalmente, è il senso che diamo alla morte. Se la morte fisica, per noi, è un punto d'arrivo, senza che dopo ci sia nulla, allora saremo obbligati a vivere nell’affanno, ogni giorno alla ricerca del massimo traguardo, senza mai raggiungere la soddisfazione totale. Viceversa, se per noi la morte fisica è un punto di partenza, verso la Felicità Eterna, ecco che molti problemi quotidiani diventeranno banali, infinitesimali rispetto all'eternità.


Esiste un nesso fra sport e Fede?

Per me, il calcio, in particolare, è stato prima, da bambino, un "gioco", poi, da "adolescente", uno sport, e infine, da "adulto", una grande metafora della vita. Ogni problema, che dobbiamo affrontare, equivale a una partita, con i suoi momenti-chiave. Il gol segnato è il problema risolto. Il gol subito è il problema irrisolto. Il palo è l'occasione inseguita, e mancata di un soffio. Ma se, per l'atleta, l'obbiettivo massimo dell'insieme delle partite, lo scudetto, è raggiungibile in questa vita terrena, il cristiano sa che lo potrà ottenere solo nell'Aldilà.


Che valore ha la preghiera?

Il mondo, che ci circonda, è come uno stadio affollato. Noi siamo “giocatori” di una partita, in mezzo al campo, e dobbiamo tentare, nel fracasso dello stadio, di ascoltare la voce del nostro allenatore. E il nostro “mister” è chi, meglio di chiunque altro, è in grado di capirci, e di guidarci, perché è Colui che ci ha creati: Dio. L’unico modo per acquistare questa sensibilità, nell’”udito”, è la preghiera. E’ facile parlare con Dio, ma non è facile ascoltarlo.


Esiste la teoria del distacco?

C’è in Mosè, Budda, Gesù, Maometto e San Francesco, e quindi in tutte le religioni principali, abramitiche o darmiche. E’ la ricerca del deserto e del silenzio, e cioè saper prendere le distanze dalla mondanità, per comunicare con Dio e con lo spirito. Non è menefreghismo, ma sapere isolarci, ogni tanto, per scendere in profondità, o per salire in cielo. E’ Gesù stesso a insegnarci, senza nessuna ombra di egoismo, a “chiudere la porta di casa”, al momento di raccoglierci e pregare.


Quanto "relativismo" ci circonda?

Storicamente, ci sono state epoche, come il Medioevo, in cui Dio era al centro di tutto, mentre, dall'Illuminismo in poi, la scienza ha preteso di sostituirsi alla Fede. Geograficamente, più andiamo a Oriente, e più troviamo la ricerca della spiritualità come essenza della vita. Nell'Occidente di oggi, Zapatero, nella Spagna cristiana, fa togliere i crocifissi dappertutto. Ma, agendo così, stiamo meglio con noi stessi, o continua a mancarci qualcosa?


Perché Dio fa paura a molte persone?

Perché per tanto tempo, anche per colpa di una parte della Chiesa, si è parlato più di doveri che di diritti del cristiano, offrendo una visione solo punitiva di Dio. Siamo cresciuti sentendo dire “devi fare questo” e “non devi fare quello”. E’ giusto, ma la Fede non è tutta qui. C’è il diritto alla Felicità eterna. E per noi cattolici c’è il diritto alla Confessione, all’azzeramento dei peccati, che è una sorta di palingenesi: è come nascere, tutte le volte, puri, senza macchie. Gesù ha detto: “Sono venuto non per i sani, ma per i malati”.


E' più importante diventare "qualcuno" o diventare "noi stessi"?

E' naturale che ciascuno di noi voglia affermarsi nel proprio campo, ma bisogna saper guardare lontano. Diventare "qualcuno" ha a che fare con l'"avere", con il "possedere". Ma tutto quanto abbiamo, quaggiù, è solo in affitto, nel senso che siamo destinati, morendo, a perderlo. A Dio non interessa il nostro "avere". Diventare noi stessi, al contrario, significa realizzarci nell'"essere", nello spirito, nell'anima, che non perisce, ma vive in eterno: è la parte divina di noi stessi.


Quindi non dobbiamo avere paura degli insuccessi?

La "cultura della vittoria" è competizione per qualcosa che, alla fine, muore con noi. Quanto vale la pena dare tutto per ottenere una vittoria, che alla fine diventa sconfitta? La "cultura della sconfitta", invece, è valorizzazione proprio della sofferenza. Gesù, nel discorso delle Beatitudini, dice "Beati gli afflitti, perché loro sarà il Regno dei Cieli". Don Bosco diceva: "Le spine di oggi saranno i fiori dell'Eternità". Il talento serve per portare Dio nella nostra professione.


Quanto conta il "libero arbitrio" e quanto il destino?

Credo nella metafora della freccia. La freccia è ogni nostra azione, e l’arco è la volontà. Oggi volta che tentiamo di fare qualcosa, lanciamo la freccia verso l’alto. La prima parte della traiettoria dipende da noi: potenza e direzione. Quando la freccia scende, invece, dipende dal destino, che dobbiamo accettare, l’avvicinamento, o meno, all’obbiettivo. Il libero arbitrio torna in ballo alla fine del tragitto: sta a noi interpretare il risultato. Ricordiamo che, a volte, “si chiude una porta, e si apre un portone”.


Che importanza dai a quello che pensiamo?

Noi siamo quello che pensiamo. I nostri pensieri sono determinanti per la qualità della vita, e dobbiamo partire da un presupposto, noto alla psicologia. La nostra mente, di solito, è anarchica e insoddisfatta: i pensieri cercano sempre quello che non abbiamo, invece che quello che abbiamo, colpiti dal virus dell’incontentabilità. Dobbiamo acquisire una sorta di ginnastica mentale, immaginare di uscire da noi stessi, afferrare i pensieri negativi, e sostituirli con i pensieri positivi.


Quanto conta, per Gesù, la nostra autostima?

C’è una frase con la quale Gesù ha rinnovato le Scritture, e ha sancito il passaggio dal Vecchio al Nuovo Testamento. Con Gesù non si parla più di “legge del taglione”, e cioè “occhio per occhio” e “dente per dente”. Lui dice “ama il prossimo tuo - come te stesso”. E’ stata valorizzata, giustamente, sempre la prima parte della nuova legge, del tutto rivoluzionaria, ma anche la seconda ci offre una indicazione importante. Noi dobbiamo amare noi stessi, dobbiamo volerci bene, e vivere bene con noi stessi. In caso contrario, non potremo essere utili agli altri.


Cosa insegneresti, fin da piccoli, ai bambini?

Ogni bambino ha diritto di vivere da bambino, in qualsiasi parte del mondo. Invece, purtroppo, a certe latitudini, troviamo i bambini lavoratori, che cuciono palloni, o i bambini soldati, che imbracciano fucili. I genitori, gradualmente, dovrebbero insegnare ai figli che, ogni giorno, 25 mila bambini, come loro, muoiono di fame. E’ necessario che siano, fin da subito, grati al Signore di non far parte di quel gruppo, sicuramente molto meno fortunato, apprezzando, fin dal principio, tutti i doni della vita.


Perché tanta violenza?

Secondo le statistiche, un bimbo italiano, prima di aver terminato le elementari, vede in media in tv 8 mila omicidi e 100 mila atti di violenza. E noi siamo proprio quelli che pretendiamo di togliere l’immagine di Gesù dalle scuole. Le guerre, ciclicamente, hanno sempre costituito uno sfogo dei peggiori istinti umani, ai quali faceva seguito la pace rigeneratrice. Oggi, se si scatenasse la terza guerra mondiale, tutti verremmo sterminati, per cui dobbiamo convivere, in nome della pace, con tensioni pazzesche.


Cosa pensi dell'informazione televisiva di oggi?

A volte mi delude, perché risponde più alla morbosità dell’audience, e agli interessi della diplomazia, che all’esigenza di essere specchio dell’umanità. Venti minuti su 30, nei vari TG, documentano politica, cronaca nera e gossip. Possibile che la vita, che ci circonda, sia solo questo? Il male esiste, eccome, ma esiste anche il bene: le vite salvate dai volontari e dai missionari. Purtroppo, fa più rumore un albero che cade, che non una foresta che cresce, e si ritiene che solo ciò che fa rumore determini la “notizia”.


Come ti trovi, da giornalista, al momento di giudicare?

E’ l’epoca del “gossip”, con il quale giudichiamo il privato degli altri, o dell’”outing”, con il quale rendiamo pubblico il modo nel quale siamo. La verità è che oscilliamo sempre fra 2 estremi: la critica e l’invidia. La critica verso chi non ci piace (la “pagliuzza” nell’occhio altrui), e l’invidia verso chi vorremmo essere (“l’erba del vicino sempre più verde”). Occorre o abbandonare questi atteggiamenti, o, per lo meno, trovare una via di mezzo fra le 2 posizioni.


Cosa significa oggi "povertà"?

Ai tempi di Gesù era una povertà “materiale”: anche oggi 4 miliardi di persone su 6 del pianeta sono povere. Ma si è diffuso un altro tipo di povertà. E’ la povertà “immateriale”. Penso ai problemi di mancanza di fiducia dei giovani, che cercano di star bene seguendo la strada chimica, alcool o droga. Si suicida, sulla terra, una persona ogni 30 secondi. Penso alla mancanza di speranza degli anziani, considerati inutili, mentre un tempo avevano potere “patriarcale”. Penso anche alla mancanza di affetto, e alla mancanza di salute di tanta gente.


Cos’è la povertà di spirito?

E’ uno spogliarsi da tutto ciò che ci impedisce l’amore assoluto per Dio e per la Creazione. Gesù, non a caso, prediligeva poveri e bambini: la purezza e la semplicità. Benessere materiale e capacità intellettuale, spesso, diventano filtri, che oscurano l’anima, e ci fanno pensare di essere autosufficienti, rispetto a chi ci ha creati. Basta vedere chi ha scelto la Madonna, in tutte le circostanze storiche che conosciamo, per apparire: contadine e pastorelli, e non certo persone benestanti o istruite.


In che misura dobbiamo essere "altruisti"?

Per tanta gente, donare un Euro può essere molto. Per altri, neanche donare 100 Euro può rappresentare un sacrificio. Per questo credo sia inutile cercare di indicare, in senso materiale, quanto dobbiamo dare agli altri, perché le situazioni soggettive sono troppo diverse, una dall’altra. E’ più giusto trovare una “misura” nel tempo che dedichiamo agli altri, ciascuno secondo le proprie attitudini, indipendentemente dalle nostre possibilità economiche.
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