 Potrà apparire assai strano, e forse persino autolesionistico. Eppure, può accadere che un allenatore riemerso sotto etti di naftalina riesca ad imporre, nel giro di un rapido amen, una svolta ad una squadra avvitatasi intorno a vuoti e debolezze mai realmente analizzati e superati dal giorno della retrocessione in cadetteria. Volgare nella forma, oltre nei modi. Questo è certo. Ma pur sempre in grado di affievolire la mente ed il corpo di chi, la città di Crotone, prima degli esiti di “calciopoli”, la conosceva soltanto grazie a qualche vecchio disco in vinile del grande Rino Gaetano. Così, pur essendo riuscito a mantenere viva la lunga corsa verso la conquista della Coppa Uefa, e pur avendo bonificato, manco fosse l’agro pontino, l’organico bianconera dall’inutile presenza di Cannavaro e Grosso, per i quali si profila un addio indolore a fine anno, Alberto Zaccheroni non è sicuro di restare al timone della squadra bianconera. Incapace di “asfaltare” il criterio della meritocrazia in luogo di un senso di appartenenza agli italici confini sgranati da Marcello Lippi, uno che a Torino possiede il medesimo peso specifico di Andreotti nel contenitore ingombrante della Democrazia cristiana, Zaccheroni appare così sempre più lontano da una possibile riconferma proprio nel momento di maggiore vivacità della propria formazione.
Reciso il cordone ombelicale fra l’assetto della squadra ed il diktat del Marcello nazionale, il quale, Candreva a parte, ha di fatto contribuito ad afflosciare, demotivare e incrinare gli equilibri di una squadra operaia, quella forgiata da Ranieri, nuovamente impestata di primedonne da teatro mondano, con suggerimenti più utili alla causa azzurra che alle necessità bianconere, non resta che com-prendere quali e quante saranno le iniziative intraprese dalla società di Corso Galileo Ferraris. Decisa ad “espettorare” la triplice investitura di Blanc, accordandogli un ruolo prevalentemente economico organizzativo, accentrando in Bettega ed in un uomo nuovo, Perinetti o Marotta, l’aspetto operativo. A destare perplessità, oltre al “modus” assai gretto, di liquidare un tecnico, Zaccheroni, in grado di motivare una formazione sino a quel momento incagliata nel peggior periodo della recente storia bianconera, è soprattutto la mancanza di una strategia societaria capace di pianificare e stabilire le linee guida della prossima stagione. Soggetta a prevedibili smentite di facciata, la novella più interessante in grado di mostrare a pubblico ludibrio l’orgia mediatica destinata a dominare la fase finale del campionato è legata alla riedizione della trattativa fra la proprietà ed Antonio Conte.
Deciso a riprendersi ciò che la dirigenza sabauda, senza le interferenze di Lippi, gli avrebbe riconosciuto, ovvero la panchina bianconera con un contratto biennale, Conte avrebbe incontrato in gran segreto uno dei consiglieri di amministrazione della società bianconera. Auto candidando il proprio nome alla guida della Juventus a partire dal mese di giugno. Dalla chiacchierata, assai formale nella sostanza, quando approssimativa nei modi, a conferma di un corteggiamento distratto e mai deciso nei confronti di un nuovo tecnico dopo le inutili telenovele con Benitez ed Hiddink, sarebbe emersa la volontà di riprendere in considerazione il nome dell’ex “capitano” bianconero. Anche in virtù di una apertura di Conte sulla necessità di insistere sugli acquisti stagionali, ovvero Diego e Felipe, in ripresa dopo un avvio di stagione da dimenticare. In favore dell’allenatore leccese, oltre alla promessa di accogliere nuovamente il figliol prodigo Ventrone, perno della precedente discordia estiva, confermando tuttavia la coppia formata da Scanavino e Gaudino, uomini d’ordine della società, ci sarebbe anche la ferrea volontà, caldeggiata dallo stesso Conte, di allontanare i senatori dello spogliatoio.
Fatta eccezione per Del Piero e Buffon, infatti, la “vecchia” guardia verrà accompagnata con cura verso un prepensionamento accelerato. Riducendo drasticamente il monte ingaggi, ed incassando qualche decina di milioni dalle cessione in programma. Se per Zebina e Cannavaro sembra oramai certa la rescissione contrattuale, con il francese orientato ad accettare la corte del Bordeaux, ed il capitano della Nazionale pronto ad accomodarsi in società, restano da risolvere i nodi legati ai vari Camoranesi, per nulla convinto di abbandonare Torino, Trezeguet, sul quale sono vigili il River Plate, l’Atletico Madrid ed il Napoli, ultima frontiera economicamente soddisfacente, Legrottaglie e Grosso. In attesa di ulteriori sviluppi, sembrano invece certi gli addii di Palladino e Criscito, soprattutto se De Ceglie proseguirà nella crescita sino ad ora mostrata. Così come le partenze di Molinaro, allo Stoccarda per cinque milioni, Tiago, all’Atletico Madrid per otto milioni, Mirante, al Parma per ben quattro milioni, Grygera, corteggiato da Bayern Monaco, Amburgo e Tottenham, e Zalayeta, al Bologna per poco più di due milioni. E se, come sembra, fosse Conte ad ereditare i “galloni” dal Alberto Zaccheroni…
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