 L’ultimo parto, quello casalingo al cospetto di un Siena leonino solo a causa della pochezza altrui mostrata, può essere considerato come il necessario giro di boa in grado di ridefinire i connotati di una squadra, la Juventus né altezzosa né antipatica, trasformatasi in modesta provinciale. Passare in vantaggio, nel giro di un rapido amen, contro l’ultima in classifica, sigillando il momentaneo vantaggio con ben tre reti di vantaggio, a corredo di festeggiamenti tribali da parte di Del Piero, capace di scollinare quota trecento reti da professionista, salvo farsi rimontare tre reti in poco più di un tempo, non può e non deve esser considerato alla stregua di un banale, quindi rivedibile, incidente di percorso. Stramazzare al suolo al cospetto dell’ultima classificata, dopo aver ottenuto un vantaggio a dir poco smisurato, senza nemmeno approfittare dello scivolone del Palermo e del pareggio “ranieriano” a Livorno di una Roma in confusione, significa dilapidare ciò che la sorte ha deciso di offrire al fine di raddrizzare l’epilogo di una stagione fallimentare.
Rimanere ancorati alla drammatica convinzione di rimanere unica rappresentante italiana in Europa, fatta eccezione per l’Inter, attesa nell’umida Londra in settimana, per di più nella cantina di una competizione internazionale svilita ed offesa dallo scadente ritorno economico prodotto, non può dunque costituire un soffice atterraggio per una formazione rimasta schiacciata dal peso della propria storia. Così, più degli errori di “Bertoldo” Grygera, non esattamente un fenomeno, ma pur sempre una valida riserva costata quando un viaggio di sola andata per Amsterdam, a destare perplessità è la caduta di stile di un cattolico verace, con le mani congiunte, ed i piedi storti, come Felipe Melo. Insensatamente irato con il pubblico per qualche, sacrosanto, fischio dopo l’ennesimo sconcio passaggio confezionato in mezzo al campo, inanellando l’ennesima pessima prestazione casalinga. Mostrando a pubblico ludibrio i limiti di un centrocampo ancora orfano del miglior Sissoko, in evidente ritardo di condizione.
Affidarsi a Chimenti in luogo degli infortunati Buffon e Manninger, uno che a quarant’anni pare dimostrarne cinquanta, senza avere il coraggio di lanciare il “vivaista” Pinsoglio, non è un errore attribuibile ad un tecnico, esperto quanto sgombro da convenzioni, come Zaccheroni. Semmai, è il risultato di una malcelata paura, peraltro figlia di un contratto a tempo, nello stravolgere gli equilibri di uno spogliatoio storicamente “caldo”, già sorpreso dall’iniziale panchina di Diego. Certo, l’inserimento di Camoranesi, molle come una sfoglia di pastafrolla, costretto a subire la pressione di Maccarone e Ghezzal, lesti nell’intasare la corsia destra e mandare in crisi l’ennesima reinterpretazione tattica di Salihamidzic, non deporrà a favore di un tecnico in odore di scadenza e in attesa di nuova destinazione. Ma la certezza di avere in panchina, almeno sino al mese di giugno, un comunicatore silenzioso come Zaccheroni non potrà che giovare in un contesto di profonda confusione e dissenso generale.
La crisi uterina di Felipe Melo, la mancanza di ricambi di valore in difesa, complice l’infortunio di Càceres e la continua spremitura di Cannavaro e Legrottaglie, settantadue anni in coppia, costituiscono soltanto una risibile parte del “vulnus” stagionale di una Juventus non certo gestita con la saggezza del buon padre di famiglia da parte di una società assente e sfilacciata. Contattare Antonio Conte, accettare l’eventuale ritorno di Ventrone salvo poi scoprire il Taranto, non esattamente il Real Madrid, in vantaggio sull’ingaggio del preparatore campano, corteggiando a singhiozzo i vari Prandelli, Benitez, Wenger, Scolari e Capello, non è nemmeno lontanamente paragonabile a ciò che la vecchia Triade amava definire strategia societaria. Al momento finalizzata soltanto a moti celebrativi, con targhe e motivi floreali, in caso di raggiungimento di traguardi, personali, dei propri “senatori”… |