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Carlo Nesti
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Ha cominciato il mestiere di giornalista nel 1974, è professionista del 1978, e ha lavorato 30 anni in Rai. Ha creato il Nestichannel nel "mitico" segno delle figurine della Panini e delle pedine del Subbuteo.
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01.07.2012 (ore 21,00)
Dal libro "Noi siamo la Juve"
Questa è la mia introduzione al libro, scritto "a 4 mani" con Marcello Chirico (statistiche di Massimo Fiandrino, fotografie di Salvatore Giglio, editore Minerva), "Noi siamo la Juve". E' un grande successo editoriale, giunto alla seconda edizione, che è stata aggiornata in funzione del ritorno allo scudetto dei bianconeri.




Da bambino, quando seguivo con passione le vicende di entrambe le squadre torinesi, c'era una Juve che si era depositata nel mio cuore, trasmettendo palpitazioni uniche. Essendo nato nel 1955, non potevo che aver avuto percezioni lontanissime, nella memoria, dei fasti di Boniperti, Charles e Sivori, finiti nel 1961.

Per alcuni anni, da Bianca(Nera)neve, la società diventava Cenerentola, con i suoi interpreti carichi di buona volontà, ma in debito con la classe. Era la Juve di Combin, Miranda, Siciliano e Traspedini, che avrebbero desiderato somigliare a Charles, ma ne erano “cloni” sbiaditi, all'insegna dell'austerity.

Io, però, così come preferivo Paperino a Topolino, preferivo Cenerentola a Biancaneve, e mi intrigava la scommessa dell'uomo che dal poco immaginava di ottenere tutto, e che sceglieva una via operaia per vincere: “mister” Heriberto Herrera. Prima di lui, grinta e temperamento erano una prerogativa solo del Toro.

Da lui in avanti, ogni successo della Juve sarebbe stato il frutto di una determinazione assoluta, con la gestione Boniperti come con la Triade. E a me piaceva proprio questo: l'umiltà di presentarsi alla "festa" senza certezze, ma, persa la "scarpetta", con la speranza di diventare "la più bella del reame".

Così, anche se la Juve per antonomasia è quella dei supercampioni, appariva ai miei occhi di dodicenne (1967) una Signora priva della vecchia nobiltà, ma orgogliosa della laboriosa dignità. Era la stoica "armata" del sorpasso, sul filo del fotofinish, sulla maestosa Inter di Moratti ed Helenio Herrera.

Mio padre, che aveva alimentato il suo legame bianconero nel Dodecaneso colonizzato, a Rodi, mi raccontava non solo di una formazione stellare. Aveva rievocato pure quanto aveva dovuto penare e tacere, al Filadelfia, quando il Grande Torino metteva alle corde Boniperti e compagni, facendoli soffrire.

E la fantasia di bambino era rimasta colpita più dai valori della tenacia, che da quelli del talento. La "mia" Juve era una "casalinga" stakanovista, che non disdegnava l’uso dello straccio, ma che la sera si trasformava nella più attraente delle "dame". Ed Heriberto Herrera predicava proprio corsa e dedizione.

Anzolin; Gori, Leoncini; Bercellino, Castano, Salvadore; Favalli, Del Sol, De Paoli o Zigoni, Cinesinho, Menichelli. Quei ragazzi, meno titolati di altri, avevano capito che non bastavano i "piedi buoni" per vincere le partite, perché erano fondamentali "movimiento" e "collettivo", a un anno dal mitico Sessantotto giovanile.

Ultima giornata: il 2 giugno 1967, l’Inter giocava a Mantova e la Juventus, distaccata di un punto, in casa contro la Lazio. Nessuno, al pronti-via, avrebbe creduto al prodigio, e neppure nell’intervallo: 0-0 su entrambi i campi. Poi, all’inizio della ripresa, senza copertura radiofonica, arrivò “la notizia”.

Una “papera” del portiere nerazzurro Sarti aveva propiziato il gol di Di Giacomo: Mantova 1 Inter 0. Ricorderò a vita come da un unico telefono, situato in tribuna stampa, l’annuncio si propagò in tutto lo stadio: un’onda sonora fragorosa, entusiasta e commovente, che chiedeva il miracolo.

Spronata dal pubblico, impazzito di gioia, la Juventus segnò 2 gol, con Bercellino e Zigoni. Il rigore realizzato dalla Lazio, allo scadere, fissò il punteggio sul 2-1. Era lo scudetto, il più artigianale, metalmeccanico e ruspante di sempre. Cenerentola era stata trovata dal suo Principe Azzurro: lo scudetto.

Scorrendo la storia della Juve, soprattutto in campo internazionale, si scopre che quella mia intuizione infantile si era rivelata un fortunato lampo di genio. Sì, perché non si ricorda, negli ultimi 40 anni, una vittoria bianconera che non sia stata sudata, agognata, strappata al destino, con sublime impegno.

Quando la squadra vince, lo fa con il mordente di chi sa che nessuno ti regala mai nulla, e che l'epoca delle supremazie assolute, che ti consentivano un minimo risparmio di energie, è finita da un pezzo. In ogni successo, c'è lo spirito di sacrificio Fiat, per reggere la concorrenza. Signora Umiltà.

E’ proprio quel lontano di ricordo, l’emozione di chi pensa di vivere una normale giornata di calcio di fine stagione, e assiste all’apertura del Mar Rosso (piccola Juve che marcia, grande Inter che affonda), la scintilla che mi ha spinto a scrivere un libro dedicato all’amore per la Juventus.

Perché non è affatto vero, come qualcuno sosteneva decenni fa, che è l’amore sportivo più snob d’Italia, solo perché illuminato dalla dinastia Agnelli. E’, invece, l’amore più popolare che io conosca, capace di abbracciare i sentimenti di tutti, Nord e Sud, ricchi e poveri, senza distinzioni di sorta. Signora Ecumenica.
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